San Valentino

Ho un unico ricordo di San Valentino. In IV ginnasio io e la mia amichetta di banco eravamo drammaticamente single. I motivi che ci incatenavano alla solitudine in quegli anni di subbugli ormonali erano facilmente individuabili: io ero una cozza e lei era totalmente fuori di testa, ma non nel senso di “bella zi’ stai troppo fori”, era matta veramente. Insomma, decidemmo di dimostrare all’intero edificio che dopotutto non eravamo così derelitte e miserabili, e pensammo di farlo regalandoci a vicenda una rosa e attribuendola (molto verosimilmente) a due fantomatici ammiratori segreti. Io comprai la mia rosa ma davanti Pennisi, la pasticceria accanto alla scuola, la frullai dentro un bidone. Mi dissi che se oltre a essere un cesso avessi perso anche la dignità nessuno avrebbe avuto il coraggio di infilarmi la lingua in bocca almeno fino all’università. La mia amica invece della rosa aveva portato un rametto di mimosa. “Che cazzo c’entra? Questa la dobbiamo portare tra un mese”, le dissi. Lei sostenne che la rosa era scontata e non voleva che il mio fosse un ragazzo scontato.

“Lasciamo stare, non mi regge la pompa, questa cosa ci scoppierà in mano”, le risposi. Rimasi cozza ancora per diversi anni e lei credo sia tuttora pazza. Ma la nostra integrità morale, almeno quel giorno, rimase intatta.

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